
Una volta tanto comanderanno loro...sempre se li faranno comandare.
Intanto il primo Presidente Indio dell'America Latina è stato eletto. E' successo in Bolivia, una terra dove quasi 40 anni fa un ragazzotto come noi, ma con tanta barba, modi un pò brutali, ed un cuore da angelo custode, ha perso la sua battaglia contro le ingiustizie. Ma non è sempre detto che chi perde le battaglie, anche con la vita, poi perda le guerra. Oggi quella guerra contro le ingiustizie in bolivia ed in america Latina ricomincia più forte che mai, con il Primo Indio eletto a presidente! è anche merito di quel ragazzotto con il cuore da angelo custode.
Marco
Ecco una bellissima lettera di Darwin PAstorin su questo argomento.
"Ora puoi riposare in pace, comandante Che Guevara. La terra boliviana, oggi, porta il tuo nome: il neo-presidente Evo Morales ti ha eletto a suo simbolo. Si torna a parlare di giustizia e di libertà in Sudamerica: quando tutto sembrava perduto...
Sì, il primo pensiero è stato per te, comandante Che Guevara: ucciso, nelle stanze fredde di una scuola a La Higuera, in quel nero 9 ottobre 1967, da vili mani, le mani di Felix Hamos, e adesso restituito alla gloria di quel paese, di quel paese che tu volevi liberare dal giogo dello sfruttamento, dell’indifferenza, del sopruso, delle catene. Perché anche questo riesce a fare, a volte, la storia: ridare voci ai morti per amore, per inseguire un sogno di pace e speranza. In terra boliviana, da ieri, sei rinato: braccia di contadini, di diseredati, di operai ti stanno sollevando.
Guarda il loro volto, comandante Che Guevara, guarda le loro mani: sono volti e mani di povera gente che, da ieri, hanno recuperato sorriso e forza, perché, finalmente, qualcosa potrebbe cambiare, perché 1’America Latina sta alzando la testa, e non ha più paura, e non ha più timori.
Guarda quelle vene scoperte dove ora pulsa un nuovo sangue: il Potere dei signori della guerra e del denaro si è fermato, è stato respinto, non passeranno il loro odio e la loro violenza, non passeranno la loro ipocrisia e la loro elemosina.
Conosco quelle terre, quei popoli, comandante Che Guevara, perché là sono nato, sotto un cielo brasiliano, figlio di emigranti, figlio, cioè, di partenze e di rinunce, figlio dì chi per sognare si è visto costretto a partire, verso quell’infinito senza orizzonti, senza azzurro. Conosco, da sempre, tutti quei dolori, tutto quell’urlare sordo, saprei dirti di fethe, di umiliazioni, di bambini abbandonati nelle strade, di donne violentate nel corpo e nell’anima, di uomini senza più sguardo. Ma qualcosa sta cambiando, finalmente.
Diranno che siamo pazzi e sognatori, che siamo fuori dal tempo, illusi: ma non riusciamo a rassegnarci, comandante Che Guevara, non riusciamo a dire «va bene». Da]la Bolivia, dalla tua Bolivia è arrivato un segnale chiaro, quella Bolivia che ti ha visto eroe sino all’ultimo. Davanti a quegli sgherri, che ti hanno persino tagliato le mani come hanno tatto gli aguzzini di Pinochet con Victor Jara, ma le vostre mani sono le mani della gente senza nome, senza terra, senza volto, le vostre mani sono le mani di chi non ha smesso di lottare per una felicità da dividere, da condividere, per una felicità che non deve avere un prezzo, una classe sociale. Vai incontro a quella gente, comandante Che Guevara. Li senti quei canti? Parlano dite. Parlano di un nuovo sole, di un nuovo pensare, di un nuovo agire.
Sì, il primo pensiero è stato per te, comandante Che Guevara: ucciso, nelle stanze fredde di una scuola a La Higuera, in quel nero 9 ottobre 1967, da vili mani, le mani di Felix Hamos, e adesso restituito alla gloria di quel paese, di quel paese che tu volevi liberare dal giogo dello sfruttamento, dell’indifferenza, del sopruso, delle catene. Perché anche questo riesce a fare, a volte, la storia: ridare voci ai morti per amore, per inseguire un sogno di pace e speranza. In terra boliviana, da ieri, sei rinato: braccia di contadini, di diseredati, di operai ti stanno sollevando.
Guarda il loro volto, comandante Che Guevara, guarda le loro mani: sono volti e mani di povera gente che, da ieri, hanno recuperato sorriso e forza, perché, finalmente, qualcosa potrebbe cambiare, perché 1’America Latina sta alzando la testa, e non ha più paura, e non ha più timori.
Guarda quelle vene scoperte dove ora pulsa un nuovo sangue: il Potere dei signori della guerra e del denaro si è fermato, è stato respinto, non passeranno il loro odio e la loro violenza, non passeranno la loro ipocrisia e la loro elemosina.
Conosco quelle terre, quei popoli, comandante Che Guevara, perché là sono nato, sotto un cielo brasiliano, figlio di emigranti, figlio, cioè, di partenze e di rinunce, figlio dì chi per sognare si è visto costretto a partire, verso quell’infinito senza orizzonti, senza azzurro. Conosco, da sempre, tutti quei dolori, tutto quell’urlare sordo, saprei dirti di fethe, di umiliazioni, di bambini abbandonati nelle strade, di donne violentate nel corpo e nell’anima, di uomini senza più sguardo. Ma qualcosa sta cambiando, finalmente.
Diranno che siamo pazzi e sognatori, che siamo fuori dal tempo, illusi: ma non riusciamo a rassegnarci, comandante Che Guevara, non riusciamo a dire «va bene». Da]la Bolivia, dalla tua Bolivia è arrivato un segnale chiaro, quella Bolivia che ti ha visto eroe sino all’ultimo. Davanti a quegli sgherri, che ti hanno persino tagliato le mani come hanno tatto gli aguzzini di Pinochet con Victor Jara, ma le vostre mani sono le mani della gente senza nome, senza terra, senza volto, le vostre mani sono le mani di chi non ha smesso di lottare per una felicità da dividere, da condividere, per una felicità che non deve avere un prezzo, una classe sociale. Vai incontro a quella gente, comandante Che Guevara. Li senti quei canti? Parlano dite. Parlano di un nuovo sole, di un nuovo pensare, di un nuovo agire.

1 Comments:
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